| 31 Dicembre 2011
Abbiamo da poco chiuso un anno, pronti per lanciarci nell’avventura di altri 12 mesi. Certo non sono periodi sereni: crisi economica, lavoro che scarseggia, prospettive buie, ci mancavano solo i Maya a ipotecare un intero anno!!!
E noi cristiani celebriamo l’Epifania, la festa della Luce! Pazzi d’amore, ubriachi di speranza… che grazia immensa!!! Questo è il nostro meraviglioso destino!!!
Qualche giorno fa, la memoria mi ha riportato a galla un episodio della mia adolescenza, qualche tempo dopo aver incontrato con forza il Signore della Vita e della Risurrezione. Mi trovavo ai margini di un bosco, sulle Alpi, seduto sull’erba bagnata dalla rugiada, attorno ad un falò imponente. Era notte, e mi circondavano i volti dei miei amici, avvolti da un candore surreale, frutto del gioco di luci ed ombre al baluginare delle fiamme. Staccando gli occhi dalle fiamme, sopra di noi si stendeva un manto di stelle ed era un’impresa riuscire a trovare un angolo di cielo che fosse completamente buio. Nell’aria tersa delle montagne, ogni stella, anche la più flebile, riusciva a guadagnarsi il diritto di brillare. Uno spettacolo unico, da lasciare senza fiato, nella meraviglia della contemplazione.
Eppure, in me, accanto all’emozione della meraviglia, c’era il tumulto di mille pensieri che annacquavano la pace del cuore. Forte era il contrasto tra due imperativi: “Signore, lasciami in pace!” e “Gesù, ho bisogno di te, non lasciarmi solo”. La serata si dipanava attorno ai tentativi mal celati di ricacciare indietro le lacrime, frutto di una tensione interiore che stava giungendo all’apice. Così ricordo con chiarezza l’attimo in cui presi la pila, alzai il bavero e il cappuccio del Key-way e mi rifugiai all’interno del bosco. Feci solo qualche passo, sufficiente però a garantirmi di essere lontano da tutti e da tutto. Il fuoco era ora solo un riflesso nel buio della notte. La pila illuminava i miei incerti passi, impendendomi di incespicare tra buche e rami insidiosi. Mi sedetti sotto un abete, appoggiandomi ad una pietra umida e fredda. Ero al capolinea: dovevo scegliere chi far vincere, se il mio ego o il mio Dio. Facile a parole, difficile con la vita!
Quante lacrime lasciai finalmente scorrere, riparato nel buio della notte! Quante dighe saltarono, ma quanto dolore!!! Ogni piccolo Sì che dicevo, nel profondo del mio cuore, a quel Dio che stava raccogliendo i cocci della mia vita, era uno strazio. Era un lasciare qualcosa, una sicurezza o una presunzione, per cui immediatamente avvertivo come il sollievo di un muscolo che si rilassava. Tuttavia, era per me una vulnerabilità sconosciuta fin a quel momento e quindi ingovernabile. Nella commistione di pensieri e sentimenti, tutto mi sembrava improvvisamente chiaro e quella pietra fredda e umida che avevo scelto per adagiare maschere e fragilità assomigliava sempre più alla pietra di un sepolcro. Fu così, un abisso di morte e rinascita, nel quale tutto si giocò con intensità estrema.
Alla fine, quasi come un silenzioso grido liberatorio, spezzata ogni catena di paure e dubbi, è emerso con forza il mio Sì all’Amore. Fu come se, per la prima volta, avessi alzato la testa, fino a quel momento ripiegata su di me e contemplato con occhi nuovi: davanti a me un Padre pronto ad abbracciarmi e ricolmarmi di ogni Grazia, di ogni Gioia, di ogni delicatissimo e squisitissimo gesto d’Amore.
Ma mi attendeva una sorpresa: pronto e libero di rientrare attorno al fuoco, mi accorsi che la mia pila non funzionava più. Niente da fare: la lampadina probabilmente era fulminata.
“Come faccio a tornare?”
Un senso di angoscia pervase il mio cuore: avevo scansato decine di pericoli per diversi metri e la luce del fuoco dietro gli alberi non era sufficiente a risparmiarmi il rischio di finire gambe all’aria. Pensai che potevo gridare, attirando l’attenzione, ma rovinando anche il clima mistico di quella nottata. Una domanda mi sorse allora dal cuore con forza inaudita, quasi uno schiaffo: “Ti fidi di me?”
Silenzio e freddo: questo io ricordo. Quella imperiosa domanda mi lasciò nel silenzio e nel freddo. Quel Sì detto qualche minuto prima già vacillava. Non potevo contare su nulla di mio: se veramente volevo fidarmi, dovevo farlo in tutto e per tutto, subito!
“Sì, Gesù, mi affido alle tue mani.”
Iniziai a camminare. Occhi chiusi o aperti non faceva differenza. Tornai indenne al fuoco, sconvolto dall’aver sperimentato con tutto me stesso cosa vuol dire essere letteralmente presi per mano e guidati.
Attorno al fuoco, un pensiero nacque con delicatezza nel mio cuore: “Giacomo, sai quante volte mi sono fidato di te? Questa è la misura del mio amore”.
Mi immaginavo dunque il volto di un bambino, forse quello del bimbo di Betlemme. Questo è il mio Dio: un Dio che si affida alle mani degli uomini, all’inesperienza di Maria e Giuseppe, subito ricolmata dalla sapienza di un cuore umile. Un Dio che si affida alla storia venendo accolto dalla paglia che a volte punge e fa piangere. Questa è la misura dell’Amore di Dio per me. Affidarsi al buio sapendo che dall’altra parte non c’è l’Amore di Dio, ma uomini e donne limitati e capoccioni. Chi potrebbe mai scegliere consapevolmente di donarsi nel suo più alto grado di vulnerabilità? Solo un pazzo!!!
Perché il nostro è un Dio pazzo.
Pazzo d’amore.




